Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/55

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batterebbe dopo la metà, onde rimanesse tempo largo ad allestirsi. Quanto al luogo, si sarebbe mandato uomini esperti a scegliere il più conveniente.

Dopo di ciò si stese il cartello, che fu scritto in francese, e consegnato a Fieramosca ed a Brancaleone onde lo portassero al campo nemico quell’istesso giorno. Disposte così le cose, si volse il sig. Prospero ai dieci eletti, e disse loro:

— L’onor nostro, cavalieri, è sul filo delle vostre spade, e non saprei immaginare qual più degno e sicuro luogo si potesse trovargli. Ma per questo appunto conviene che giuriate di non entrare da oggi al dì della battaglia in alcun’altra impresa, onde non porvi a rischio di riportar ferite, o d’incontrare impedimento che potesse quel giorno togliervi d’essere a cavallo: e ben vedete, se ciò accadesse, non importa per qual cagione, quanto la nostra parte ne rimarrebbe vituperata. Parve ad ognuno troppo ragionevole questa antiveggenza, nè vi fu chi negasse accettar sopra la sua fede la condizione proposta.

Intanto la maggior parte di quelli che vedevano con rammarico non aver ivi più nulla che fare, s’era andata dileguando alla sfilata. I soli dieci erano rimasti. Anch’essi, quando fu consegnato il cartello a Fieramosca, sgombrarono la sala, e questi accompagnato da Brancaleone s’avviò a casa per esser presto a cavallo e condursi al campo francese.

S’armarono ambedue così alla leggiera con giaco e maniche ed una cuffia di ferro, e preso con loro un trombetta si avviarono alla porta a San Bacolo, che rispondeva verso il nemico. Alzata la saracinesca ed abbassato il ponte, uscirono in un borgo che, abbandonato in quel trambusto dagli abitanti, era stato mezzo distrutto ed arso dalla licenza delle soldatesche d’ambe le parti. Di qui la strada prendeva per certi orti, poi usciva all’aperto, e per giungere al campo