Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/56

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capitolo iv. 53

era qualche ora di cammino. Nel passare pel borgo, Ettore s’abbattè in certe povere donne, mezzo coperte di cenci, che traendosi dietro per mano, o recandosi in collo i loro bambini cascanti dalla fame, andavano frugando per quelle case abbandonate, se mai fosse sfuggita qualche cosa all’ingorda avarizia de’ soldati che le avean messe a sacco. Il cuore del giovane faceva sangue a questo spettacolo, e non potendo dar loro ajuto non poteva nemmeno sostenerne la vista, onde punse il cavallo, e di trotto si dilungò sin fuori all’aperto.

L’insolita allegrezza che l’aveva ravvivato pensando alla prossima battaglia, fu per questo, in apparenza lieve accidente, ritornata in altrettanta mestizia; risorsero più forti i pensieri delle miserie d’Italia, e lo sdegno contro i Francesi che n’erano autori. Non potè nascondere a Brancaleone, che gli cavalcava accanto, la pietà che gli destavano i mali di quelle meschine; e quegli, che in fondo era buono e caritatevole uomo, quantunque paresse ruvido pel continuo trovarsi in mezzo ai rischi e al sangue, le compativa e si dolea dei loro affanni insieme con lui.

Vistolo Fieramosca in questa disposizione d’animo, gli diceva crollando il capo:

— Ecco i bei presenti che ci recano questi Francesi; ecco il buono stato che ci portano!... Ma se posso una volta veder questa razza di là dall’Alpi.... E voleva dire: faremo in modo di sbrigarci anche dagli Spagnuoli; ma si ricordò che era al loro servigio, e, rompendo a mezzo la frase, finì con un sospiro.

Brancaleone pensava più alla parte colonnese che al bene della sua patria, e non poteva entrar pienamente nei sentimenti del suo amico, ai quali però partecipando in qualche guisa, ed a suo modo, rispose:

— Se quest’esercito si potesse metter in rotta, non passerebbe forse molto tempo, che avremmo ad