Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/58

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capitolo iv. 55


— Brancaleone, mi domandi cosa che non ho mai detto ad anima viva: e neppur a te la direi (non te l’aver per male) se non pensassi che potrei rimaner morto nella zuffa.... e allora? che ne sarebbe, di.... sì, sì, tu mi sei vero amico, sei uomo dabbene, hai da saper tutto. Non ti dispiaccia ascoltarmi a lungo, che non potrei farti capace in poche parole di tanti e così strani accidenti.

Brancaleone con gli atti del volto gli accennava quanto avea caro che dicesse, onde Fieramosca con un risoluto sospiro incominciò:

Quando sorsero i primi romori di guerra per parte del re cristianissimo, che minacciava scendere all’impresa del reame, ben sai ch’io mi trovava giovinetto di sedici anni ai servigi del Moro. Tolsi licenza, e mi parve dovere metter la vita in difesa de’ reali di Raona che da tant’anni ci governavano. Venni a Capua; si mettevano in ordine le genti d’arme, e dal conte Bosio di Monreale che avea il carico del presidio, fui condotto e comandato alle difese della città. Le munizioni erano tutte in pronto, e per allora, non essendovi altro da fare, attendevamo a darci buon tempo. La sera si faceva la veglia in casa del conte, il quale, amico già di mio padre, mi teneva come figliuolo. Già prima d’andarmene col duca di Milano, spesso gli capitavo per casa. Ivi conobbi una sua figlioletta, e così fanciulli senza saperne più in là, ci portavamo maraviglioso amore. Il giorno ch’io mi mossi per andare in Lombardia, furono i pianti e le dipartenze inestimabili: io mi ricordo, cavalcava un giannetto il migliore che fosse mai, e nell’andarmene passai sotto le finestre di lei, che si domandava Ginevra, e benissimo atteggiavo il cavallo nel dirle addio colla mano; ella mi gettò di nascosto del padre e d’ognuno, perchè appena faceva giorno, una fascia azzurra che non ho mai lasciata d’allora in poi.