Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/59

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Ma queste erano cose da scherzo. In un anno ch’io stetti fuori mi s’era assai freddato questo primo amore. Tornato come ti dico, e riveduto Ginevra, che avendo messa persona era divenuta la più bella giovane del reame, aveva assai buone lettere, e cantava sul liuto che non avresti voluto sentir altro, non potei tanto schermirmi ch’io non ricadessi l’un cento più nel maggiore e più forsennato amore che s’udisse mai. Colei che si ricordava dei primi anni, e mi rivedeva onorato e con qualche nome nell’arme, quantunque come onesta non lo volesse mostrare, ben m’avvedevo, che aveva caro udirmi quando narravo di quelle terre di Lombardia, delle guerre che avevo vedute, e delle corti ed usanze di colà; e s’ella amava ascoltarmi, io molto più amavo d’intrattenerla; e tanto andò la cosa innanzi che non potevamo vivere discosti un dito l’un dall’altro.

Io che in parte m’avvedevo come la s’avviasse, venivo riflettendo a quanti affanni andavamo incontro ambedue. A momenti cominciava la guerra: tristo chi in tale congiuntura si trova avvolto in legami d’amore. E dove prima cercavo ogni modo d’esser con lei, dopo, divisando ciò che meglio ci conveniva, e conosciuto che il nostro amore era altro che da motteggi, mi rimaneva tanto di forza che pur mi studiavo di mostrarlo meno, e cavarmelo dal cuore. La cosa andò così avanti un pezzo. Ma quel combattimento invece di scemare il mio amore l’accrebbe; e volendolo raffrenare di fuori, quello mi lavorava dentro, e quasi mi conducea pel mal cammino. Già m’ero fatto scuro in viso, e la notte per istracco che fossi non potevo prender sonno, e sempre coll’immaginazione fissa in lei, sentivo calarmi per le gote le lagrime calde sul guanciale, e stupivo di me medesimo.

Passarono così più settimane, e m’ero ridotto di