Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/63

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Ben puoi credere ch’io non fui ardito farmi rivedere a monsignore, che mi credeva già lungi di molte miglia, e tanto meno presentarmi a Ginevra, temendo, s’io le parlavo, udir da lei ciò che mai non avrei sofferto ascoltare, e bramoso pure di chiarire la cosa, non sapevo che risolvere: Portato dal cavallo che tendeva a ritornare alle stalle di monsignore, mi trovai in Banchi alla Chiavica, presso alla bottega di un tal Franciotto, detto dalla Barca, perchè la professione sua era levar le mercanzie da Ostia per portarle a Ripa grande. Era costui mio amicissimo, e fattomisi incontro, scavalcai, e trattolo da parte, gli dissi che per alcuni rispetti m’ero partito da monsignore, e mi conveniva tenermi celato; perch’egli m’offerse una sua casetta che aveva in borgo, e tosto mi vi condusse. Io presi partito di dirgli, che avevo veduto una donzella, della quale conoscevo il casato, con certi Francesi; ed avrei voluto sapere com’era quivi capitata, per porgerle aiuto se fosse stato mestieri: ed insegnatogli il luogo ov’era andata a smontare, lo pregai s’ingegnasse parlare con alcuno de’ famigli, e farmi trovare in parte, ove senza scoprirmi, potessi ottenere il mio desiderio. Egli ch’era di sottile ingegno benissimo seppe contentarmi. Verso mezz’ora di notte venne per me, e mi condusse ad un’osteria, ove trovammo un suo giovane che aveva già uccellato uno degli scudieri di quel barone francese, e fattolo bere, l’avea messo in sul raccontare, ed appunto giungemmo quand’era tempo.

Franciotto in poche parole lo condusse a dire ciò che mai non avrei voluto sapere: e sul fatto della donna ci narrò che giungendo essi a Capua, e quei di dentro facendo resistenza grandissima, entrarono a forza, e quasi la terra andò a sacco: che il suo padrone Claudio Grajano d’Asti (così ci disse chiamarsi) entrato con molti soldati in casa il conte di Monreale,