Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/62

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capitolo iv. 59

s’era fuggito a Orvieto. Le genti francesi parte s’alloggiarono in città, parte fuori in Prati1; e si comportavano assai bene co’ cittadini, tantochè ognuno si veniva rassicurando. Dopo pochi giorni il re andò alla volta di Toscana: pure per Roma passavano tuttavia or l’uno or l’altro di quei capi conducendosi alla spicciolata, onde fosse minore il disagio delle vettovaglie. Erano oramai quietati i timori, ed ognuno attendeva come il solito alle faccende. Io che sempre dal pensiero di Ginevra ero travagliato, appena potei coll’onor mio, mi spiccai da monsignor Capece per tornare a casa, e saper notizie certe di là, che in tutto questo tempo non m’era venuto fatto di parlare con chi n’avesse contezza.

Una mattina di buon’ora mi posi in cammino, disposto di cavalcare quel giorno sino a Citerna, e da strada Julia ove stava monsignore, presi per piazza Farnese, drizzandomi verso porta San Giovanni. Sotto il Coliseo mi si fece incontro una truppa di Francesi con bagaglie; e come furono presso, vidi che venivano con una lettiga ove giaceva mal condotto uno de’ loro capitani, e dalle fasce che aveva attorno alle tempie si capiva che doveva esser ferito nel capo. Mentre scansato il cavallo, m’era soffermato un poco per guardar costui, fui desto da un acuto grido, e, volgendomi a quello, vidi Ginevra a cavallo, che dall’altra parte veniva in compagnia con essoloro. Ma, oh Dio, quant’era cambiata! Fu un miracolo s’io non caddi in terra: il petto mi scoppiava sotto la corazza: pure avvisando ciò che poteva essere, finsi di seguire il mio cammino: poi, voltato il cavallo, senza mai li perder di vista, e pensando al peggio, tenni loro dietro sino all’alloggiamento.

  1. Vien così chiamato un tratto di campagna presso castel S. Angelo, fra il Tevere e monte Mario.