Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/61

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58 ettore fieramosca

e felice uomo del mondo, eseguire la mia malaugurata partenza: di qui nacque ogni mia sciagura.

Dio volesse che quando misi il piede alla staffa fossi caduto morto! sarebbe stato men male per lei e per me.

Mi condussi a Roma sempre maledicendo la mia fortuna; e giunsi in quella, che per una parte entrava re Carlo, e per l’altra i nostri si ritraevano a furia. Vi fu qualche leggiero scontro, ed io tanto mi spinsi avanti fra certi Svizzeri, che fui lasciato per morto con due rondolate nel capo, onde penai gran tempo a guarire.

Queste ferite le toccai presso Velletri; portato nella terra e medicato, ebbi a star quivi due mesi, senza saper più nulla di Ginevra nè del padre, e solo udivo d’ora in ora le triste novelle del reame che vi giungevano, ed eran fatte dalla gente di casa sempre maggiori, e con tante favole tra mezzo che non potevo in esse distinguere cosa buona.

Pure alla fine ritornato gagliardo, e volendo uscire di tanto travaglio, montai una mattina a cavallo e me ne venni a Roma. Ivi era un disordine grandissimo; e papa Alessandro che al passaggio del re poco gli s’era mostrato amico, vedendo ora spacciate le cose del reame, e che già della lega fra il Moro ed i Viniziani si bisbigliava, onde ai Francesi conveniva dar volta, stava in sospetto grandissimo, ed il meglio che poteva s’armava ed afforzava Roma e ’l castello. Appena scavalcato andai a far riverenza a monsignor Capece, che molto m’accarezzò, e volle in tutti i conti levarmi d’in sull’osteria.

Intanto cresceva il romore in Roma, ed aspettandosi a giorni la vanguardia del re, composta di Svizzeri, molto si temeva da tutti, ed ognuno pensava a’ fatti suoi.

Comparve alla fine l’esercito. Il papa col Valentino