Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/68

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capitolo iv. 65

sentiva. Venne un tal maestro Jacopo da Montebuono che s’impacciava di medicina, e là trovò quasi fredda. Quello sciagurato, invece di por mano a tutti gli argomenti più gagliardi, se la passò con qualche parola dicendo fosse lasciata in riposo. Tornato poi sul tardi, si sbigottì, e gridando ch’era spacciata, fe’ correr pel prete; e senza trovar strada a soccorrerla nè a vincere questo suo inesplicabile male, poco dopo l’avemaria, la sconsolata famiglia udì dalla bocca stessa del medico che era passata.

Gli alloggiamenti di Francia comparvero in questa, ed Ettore dovette interrompere il suo racconto. Si fece avanti il trombetta sonando, e gli uscì incontro un soldato a cavallo per intendere che cosa cercasse.

Saputo il motivo della loro venuta, ne avvertì l’ufficiale di guardia in quel luogo, il quale, poich’ebbe vista la lettera che da Consalvo si scriveva al duca di Nemours capitano di quell’esercito, impose a Brancaleone ed a Fieramosca di aspettare che spedisse al duca ad ottener licenza che entrassero in campo.

Offerì loro intanto una trabacca ove si alloggiava la guardia della porta: ma i due amici, udendo che la stanza del capitano era ancor molto lontana, risolvettero d’aspettar quivi, tanto che il messo fosse tornato con la risposta.

Ivi presso sorgeva un gruppo di querce, con molt’erba fresca, che protetta dall’ombra offeriva in quell’ore bruciate del mezzogiorno un bellissimo stare. Vi si condussero i due guerrieri; e legati i cavalli agli alberi, si disarmaron la fronte, e sedettero uno accanto all’altro appoggiando le spalle a quei tronchi. Una leggiera brezza marina rinfrescava loro il viso, onde l’uno riprese a parlare con nuovo animo, ed all’altro crebbe la voglia di ascoltarlo.

Ettore. 5