Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/71

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68 ettore fieramosca


Io, se t’avessi a dire, a questa vista non mi smarrii punto, ma pensando che, se non in vita, in morte almeno saremmo uniti, che eravamo avviati all’istesso viaggio, e che una stessa stanza era per accoglierci ambedue, seguii pieno di funesta gioja e già tutto nel mondo di là, lasciandomi condurre senza badare ove s’andasse. Passato Ponte Sisto per Trastevere, entrammo in Santa Cecilia.

Deposta la bara in quella sagrestia ov’è l’avello del figlio di Santa Francesca romana, io mi tenni da canto appoggiato al muro, mentre dai frati si cantavano l’ultime esequie. Alla fine sonò sotto la volta il Requiescat in pace .

Tutti uscirono in silenzio ed io rimasi solo quasi allo scuro; non v’era altro lume che la lampada della Madonna. Udii alla lontana il bisbiglio ed i passi del popolo che usciva. In quella scoccò l’ora di notte, e camminava per la chiesa il sagrestano scuotendo il mazzo delle chiavi, e disponendosi a chiudere.

Nel passarmi vicino, si accorse di me e mi disse: «Si chiude». Io gli risposi: «Ed io rimango».

Egli guardatomi, e facendo l’atto di chi riconosce taluno, disse:

— Sei l’uomo del duca? Troppo fosti sollecito.... La porta rimarrà socchiusa; e poichè sei qui tu, io me ne vo pe’ fatti miei. E senza udir altro se n’andò.

Io poco gli davo retta; pure quelle parole mi fecero risentire, e non sapevo se egli od io sognavamo. Che duca? che porta socchiusa? Che vuol dire questo sciagurato? pensavo fra me.

Pure lontano le mille miglia dal vero, nè essendo capace di molto ragionare in quei momenti, tornai presto nella prima risoluzione, e dopo breve spazio (tutto intorno era cheto) me ne venni col brivido della morte alla bara.

Tolto il drappo che la copriva, e, tratta la draga,