Pagina:D'Azeglio - Ettore Fieramosca o la disfida di Barletta, 1856.djvu/86

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capitolo vi. 83

— Che? son sordo? Lo so sicuro.

— Saprete dunque che gl’Italiani sono tacciati di poltroni e traditori dai Francesi, e perciò si combatte. Ora ditemi, di che paese siete voi?

— Son d’Asti.

— Ed Asti non è in Piemonte? Ed il Piemonte è Italia o Francia? Ed essendo voi soldato italiano, volete combattere co’ Francesi contra l’onore degl’Italiani?

Fieramosca scintillava dagli occhi dicendo queste parole. N’avrebbe usate di più gravi, ma si ricordava del voto che gl’impediva di por mano all’arme contra costui.

Grajano invece, che era lontano mille miglia dal pensare di Fieramosca, non poteva capire sulle prime ove andassero a parare tante interrogazioni. Capì a stento quand’ebbe finito, e gli parve la maggior sciocchezza del mondo, onde senza quasi degnarsi di rispondere direttamente e da senno, si volse agli altri; e disse ridendo:

— Oh, sentite, sentite questa! Si direbbe che è il primo giorno che prende la lancia in mano! Ho in tasca gl’Italiani, l’Italia e chi le vuol bene: servo chi mi paga, io. Non sapete, bel giovine, che per noi soldati dov’è il pane è la patria!

— Io non mi chiamo bel giovane; mi chiamo Ettore Fieramosca, rispose questi, che non si potè più frenare, e non so nulla di queste poltronerie che voi dite. E se non fosse.... Qui gli corse quasi involontariamente la mano sull’elsa, ma tosto la ritrasse, e seguitò a parlare con quel volto contratto che fa chi è costretto ad inghiottire un boccone amaro.

— Una cosa sola, per Dio, non posso patire. Che questi nobili gentiluomini e voi messer Bajardo, che siete il primo uomo del mondo nella nostra professione, ed il più leale e dabbene, abbiate a sentire un Ita-