Pagina:Dalle dita al calcolatore.djvu/161

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4. la sete di sapere 139

re regole certe alla lingua araba, redigendo grammatiche e dizionari, e adeguano la scrittura, che assume due forme: il Cufico (usato nei testi sacri e nelle iscrizioni monumentali) e il Naskhi, più scorrevole (per tutti gli altri scritti e la corrispondenza). A questo punto l’arabo diviene la lingua ufficiale e il veicolo più potente per la diffusione della cultura in tutto l’impero.

Agli inizi, in campo culturale vige però il vuoto, o quasi. Alle scuole d’élite si richiede che insegnino a leggere, a scrivere e, massimo dello snobismo, a nuotare. Si fa sentire l’esigenza di conoscere le maggiori opere dell’antichità, ma esse sono scritte in greco. Pare che il lavoro di traduzione comporti un duplice intervento: i dotti ebrei o cristiani eseguono la traduzione dal greco all’aramaico, poi altri realizzano la versione dall’aramaico in arabo. Le prime traduzioni si hanno intorno al 740 e riguardano gli scritti di Ippocrate e di Galeno. L’opera di traduzione diviene sistematica dopo la fondazione della Casa della Sapienza, abbondantemente finanziata dal Califfo. In tal modo, migliaia di testi greci sono tradotti in arabo. Tradotti a loro volta in latino, pongono le premesse per lo sviluppo della cultura europea. Ma le vie della cultura sono bizzarre: per esempio, l’Almagesto di Tolomeo è tradotto in arabo nel 775 e dall’arabo in latino solo nel 1175, a Toledo, per opera di Gerardo da Cremona.

I contatti dell’Europa col mondo arabo seguono molteplici vie, oltre quelle delle incursioni o della stabile occupazione. Sono noti gli amichevoli rapporti diplomatici fra Carlo Magno e il Califfo Harun ar-Rashid: l’analfabetismo del primo e la vasta cultura del secondo la dicono lunga sul divario fra i due imperi. Un altro momento di “incontro” fra i due mondi è rappresentato dalle Crociate. Nelle cronache arabe gli Europei sono descritti come esseri rozzi, o addirittura sciocchi. Le solite “voci” insistono nell’insinuare che