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la signora fiamma 93

Cortis si fermava su due piedi, parlava ad alta voce, nella notte. Quindi, sfogatosi alquanto, guardava i lumicini umili di Lugano, l’austera passione muta delle montagne che nereggiavano sul cielo, e, più, in fondo, il mistero del lago di cui non era possibile vedere il principio nè la fine. Ricordava un Lugano di mezzogiorno, pien di sole fra le colline e l’acqua scintillante; non era questo. Gli pareva nuova perfin la punta dolomitica nello sfondo di levante, quella minaccia ritta nel cielo; l’altra volta non l’aveva veduta. Prima di rientrare all’albergo andò, lungo il lago, in città. Tutto era deserto. I vapori ancorati tacevano in faccia alle case scure. Solo alcuni forestieri fumavano e parlavano sul terrazzo dell’Hotel Washington, dove Cortis aveva alloggiato con suo padre nel settembre del 1868. Si fermò sul ponte di sbarco dei vapori a guardar il bigio lago immobile e l’alto fantasma del San Salvatore. Era disceso lì tredici anni prima, con tanta gente allegra, un giorno di gran sole e di gran vento. Corse via, rientrò spossato, come desiderava, al Panorama.

Quella notte, nei brevi momenti in cui potè prender sonno, sognò ch’Elena gli conduceva sua madre per mano e gli diceva «confortala.» Sua madre era piccina, bionda, aveva gli occhi celesti e non parlava; non faceva che piangere.

Si alzò prima delle sei e scese nel giardinetto dell’albergo dove un vecchio stava inaffiando i fiori. Il cielo era puro, sul lago e sui monti vicini giocavan le luci oblique e le ombre lunghe del mattino; e, nello sfondo di oriente, la punta dolomitica, circonfusa di vapori azzurrini, non pareva più minacciosa. Cortis domandò conto al vecchio giardiniere delle si-