Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/127

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sul campo 117

toio del vagone, gli stese la mano senza curarsi degli altri, come se non esistessero. Colui diventò rosso rosso, gli fece un garbuglio di saluti premurosi, si scusò goffamente di non averlo veduto prima.

«Oh!» rispose Cortis. «Non esigevo di essere salutato da te. Io, come gentiluomo e amico di gentiluomini, ci tengo a fare un atto di cortesia verso il mio avversario prima d’incrociar le lame. Addio.

Ciò detto, ripassò a fronte alta in mezzo al gruppo, e raggiunse B. e gli altri che avevano spiato il colloquio da lontano.

«Cosa, cosa, cosa?» chiesero tutti, pallidi, ansiosi.

«Niente, andiamo via» disse Cortis ripigliando B. a braccetto. «Gli ho rivelato con la cortesia più squisita che lui e i suoi amici sono un branco di mascalzoni. Adesso mi rispettano, capite? E poi questo mi fa bene, di dar del mascalzone a chi se lo merita.

Venti minuti dopo, tutti sapevano, nella piccola città, la scena della stazione, i fischi, l’atto di Cortis. B., che appena accompagnatolo a casa, era corso al caffè, tornò a prenderlo al tocco, tutto scalmanato, gridando:

«Presto, andiamo, buona impressione, son inteso col Comitato. La bravata — quegli altri la chiamano così, ma a mezza bocca, a mezza bocca — la bravata ha fatto buona impressione. Un gentiluomo, dicono. Io poi ho predicato a quei cretini che non ti volevano sentire. Oh che duri! Ma ho predicato, ho predicato!

Cortis lo interruppe sorridendo.

«Grazie» diss’egli; «ma sai poi se sarai contento di quello che dirò?

«Io non voglio il mascalzone!» urlò B. «Io non