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voglio il mascalzone! Andiamo, presto, andiamo. Presto!

Alla porta del casino il vetturale Schiro, che serviva qualche volta la contessa Tarquinia, fermò Cortis. Alla signora contessa premeva assai di parlare con il signor Daniele; gli aveva mandato la carrozza perchè venisse a Passo di Rovese subito dopo il discorso. Cortis ordinò a colui di tenere i cavalli pronti per le due e mezzo.

«Nulla di nuovo?» diss’egli.

«No, signore.

«Stanno tutti bene?

«Sì, signore. Almeno lo credo.

«Anche la contessina?

«La contessina? La contessina è andata via, signore. È andata via iersera. Ho sentito che dicevano che andavano a Roma.

«Ehi!» disse B. vedendo Cortis che stava lì trasognato, senza parlare, nè muoversi. «Andiamo! Presto!

Sulla porta del casino, sui pianerottoli delle scale, v’erano già gruppi di elettori che s’aprivano davanti a Cortis, salutandolo in silenzio, con una certa curiosità mista di riserbo; e poi si avviavano lentamente, dietro a lui, verso la sala. In sala, tre o quattro membri del Comitato elettorale discorrevano in piedi presso il gran banco che fronteggiava una fitta ordinanza di sedie vuote, rigide, come parvero a Cortis, e arcigne. Quei tre o quattro fecero verso di lui, quand’egli entrò, un passo quasi peritoso, lo salutarono con imbarazzo.

«Ella viene dalla Svizzera?» disse il più disinvolto.