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Cortis discese solo le scale. Giunto al fondo fu raggiunto dal signor Checco Zirisèla, che gli disse: «Servitor suo. Mi rincresce di non poter fermarmi; del resto, re assoluto se la comanda, ma coi preti giuocar a tresette e poi basta. Dico io, sa; per conto mio. Coi preti all’osteria, ma in chiesa niente. Servitor suo.

«Cortis!» gridò B. dall’alto della scala. «Quando ci vediamo?

«Non lo so, non so cosa voglia mia zia.

«Eh, mandala a farsi benedire! Ci vuol altro, adesso, che zie!

Il vetturale, che aspettava nell’atrio, andò incontro a Cortis col cappello in mano.

«Attacca» gli disse questi. «Dove hai i cavalli?

«Allo Scudo d’oro.

«Vengo subito.

Cortis andò al caffè. I canti delle strade, deserte a quell’ora bruciata, erano tappezzati di affissi elettorali. I suoi eran pochi e in gran parte lacerati o coperti da quelli immani dell’avversario, che cominciavano quasi tutti: «Non eleggete nemici della patria». Presso alla porta del caffè di Roma era scritto sul muro: «Abbasso i friulani.»

Cortis entrò, nervoso. C’era un crocchio di giovani che discorrevano della riunione elettorale. Uno propose di andar ad aspettare quel «paolotto» di Cortis alla porta del casino per fischiarlo. I compagni accettarono. Cortis, intanto, sorseggiava il suo caffè in silenzio.

«Anche B. fischieremo» disse uno della comitiva.

Cortis si alzò pallido.

«Quello no» diss’egli.

L’altro lo guardò stupefatto e rispose con voce malferma: