Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/143

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sul campo 133


«Come, no? Chi è lei per dire no?

«Io sono uno» tuonò Cortis «che quando dice no a lei e a cento come lei, non c’è più da dire a meno di sentirsi sul viso...

Non finì la frase, rovesciò d’un colpo, per farsi largo, sedie, tavolino, vassoio e tutto che c’era su, si piantò a fronte di colui con le braccia incrociate sul petto. La padrona strillò, i garzoni corsero; quegli altri, sbalorditi, sgomentati, non sapevano più in che mondo si fossero. Cortis, visto che colui nè parlava, nè si moveva, gittò la sua carta di visita ai garzoni che raccoglievano i cocci.

«Pagherò tutto» diss’egli; «anche un bicchierino di rhum che porterete a questo signore.

E uscì dal caffè.

Un quarto d’ora dopo correva nel calesse del vetturale Schiro sulla via di Villascura, pensando ad Elena. Si sentiva male: sentiva una tormentosa inquietudine, un fastidio mortale di sè, della politica, dei nemici abbietti, degli amici stupidi, della collera mostrata a quelli, della tolleranza usata con questi. Sì, l’Italia! Ma già se non riusciva oggi, sarebbe riuscito domani. Era il suo destino e anche il suo proposito; ma pure, un giorno d’amore! Dimenticar tutto tutto per un giorno solo, disprezzare il mondo ed unirsi, lei, la più bella, egli, il più forte! Fantasmi di felicità intensa gli attraversavano la mente. Dalla strada che, correndo diritta fra i platani sull’orlo di un immenso piano, cavalca di tratto in tratto le limpide acque dell’alpe imminente, gli occhi di Cortis risalivano avidi le correnti, cercavan le macchie adombrate dagli scuri nuvoloni assisi sulla fronte della montagna. Si vedeva là con Elena in una casa perduta