Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/231

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questo solo; non commettere il male. Cosa ne aveva ella fatto di tanta potenza d’amore e d’opere, che sentiva nel cuore? L’aveva sepolta. No, non doveva chiedere la morte a Dio, ma la vita; non l’amore, non la gioia, non la pace, ma solo la forza di fare il bene per amor Suo, di soffrire con rassegnazione. Si esaltò in questo pensiero, un subito fuoco amaro le arse nel cuore, e chiese a Dio questo; gli disse che non gli domanderebbe mai di esser felice neppure nella esistenza futura, che accettava e benediva la Sua volontà quand’anche fosse di farla soffrire eternamente. Trovò riposo nella preghiera e un alito molle di quella pace cui non voleva chiedere. Era spossatezza, forse, e naturale effetto di uno sforzo così violento. La preghiera le venne morendo nello spirito stanco; quasi anche il pensiero; restava solo un senso di quiete.

Le venne poi quest’idea, che non valesse la pena di nascondere ancora il suo cuore a Cortis. Con tutto il suo studio di farsi dimenticare da lui, d’offenderlo, non v’era riuscita, e comprendeva bene d’essere indovinata da lui: l’una e l’altra cosa le davan tanta dolcezza malgrado se stessa! E allora? Il simulare diventava un sacrificio inutile. Povero Cortis, quale consolazione gli aveva dato ella mai? Di chi era la colpa se gli toccava ora la pena di vivere con sua madre? Costei le aveva scritto dei ringraziamenti pindarici, delle tenerezze nauseabonde con certe sconvenienti allusioni alle persone male appaiate, che le avean tratto al viso il suo sangue altero. La contessa Tarquinia non sapeva darsene pace; descriveva sua cognata da giovane come la più falsa, la più egoista creatura del mondo; una convivenza impossibile! Elena era piena di rimorsi benchè avesse