Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/235

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eran degni di questo 225


«Non parliamo del fisico. Lunga, gialla, magra; non ha che pelle e ossa. Da noi si direbbe che è buona da mandare a Palazzolo per farne dei bottoni. Ma è la toeletta, ma sono i modi, ma è l’insieme! Cortis me l’ha presentata con una faccia e una voce da gelar le parole fino in gola, e lei mi si è messa subito a chiacchierare, a chiacchierare tanto che non ho potuto resistere cinque minuti e sono scappato.

Il senatore sostò un momento e riprese, grave:

«Ma sa chi m’ha fatto impressione?

Elena impallidì.

«Cortis» diss’egli. «Deve star male. Se vedesse! Ha la fisonomia alterata. Ho paura che gli succeda qualche cosa.

Ella lo guardò, muta, con due occhi così aperti, così fissi, così pieni di subito spavento, che il senatore si affrettò ad attenuare, come potè meglio, l’effetto delle sue parole e della faccia sepolcrale con cui le aveva proferite. In questa entrò la contessa Tarquinia, elegantissima, e, data ai due una occhiata rapida, domandò a Clenezzi se ci fossero notizie di suo genero. Clenezzi rispose un po’ storditamente che sì, che il barone Di Santa Giulia era aspettato da Cortis in casa sua per mezzogiorno.

Da Cortis? Cosa c’era di nuovo? Qui il senatore s’imbarazzò un poco. Rispose che si trattava di alcune ultime intelligenze da prendere con l’avvocato, di alcune formalità relative al noto accomodamento. Elena non parlò; alla contessa Tarquinia piacque accettare ogni spiegazione che le mettesse il cuore in pace, almeno per quel giorno. Elena in fin dei conti era partita da Cefalù con il permesso di suo