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Oh no!» rispose Elena con un tale fuoco sdegnoso, con un tale aggrottar del ciglio che sua madre si affrettò a dirle: «Eh, non la si offenda, per amor di Dio!»; e poi, fatte molte professioni di esagerata umiltà, di esagerato rispetto per il gran talento e per il generoso cuore di sua figlia, che intanto fremeva, incominciò, quasi parlando a se stessa, a ripeter l’iliade de’ passati falli di sua cognata, senza tacere di certi antichi guai che avevano avuti insieme.

«Lo so» interruppe Elena, «ma vuoi rendere ancora più amaro il sacrificio di Daniele, sapendo poi anche la parte che v’ho preso io?

«Padrona» rispose la contessa Tarquinia, «padronissima! M’hai domandato consiglio? E Daniele mi ha mai detto niente?

Elena sdegnò replicare.

Clenezzi tornò alle nove e mezzo, e fu ricevuto da Elena sola perchè la contessa Tarquinia non aveva ancora compiuta la propria toeletta. Era andato a casa Cortis, non disse con qual pretesto; in fatto, per domandare notizie dell’affare di Santa Giulia.

«E dunque?» chiese Elena.

«Ho visto anche la Sua signora zia» rispose il senatore con un inchino.

«No, no, no» rispose Elena impaziente, battendo palma a palma. «Non c’è affatto bisogno di complimenti. Dica dica proprio com’è.

«Proprio?» rispose il senatore. «Ho da dirla? È uno spavento. Non ho mai visto una cosa compagna.

«Dica.