Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/233

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eran degni di questo 223

arrivata in Roma stamattina, improvvisamente, mia madre. Non so se mi sarà possibile venire alla Minerva verso le dieci come avrei voluto. A mezzogiorno ho affari; poi c’è la Camera e devo parlare. La prego di avvertire le signore. Se non potrò venire manderò più tardi i biglietti per la seduta».

«Mi dica un po’» chiese il senatore prima ancora che Elena avesse finito di leggere. «Cos’è questa storia? Io ho sempre inteso e da lui e da Lei e da tutti che il signor Cortis era solo, che non aveva altri parenti se non loro. Capisco niente, io!

Elena non rispose; teneva sempre gli occhi sul biglietto come riflettendo. Lo rese finalmente a Clenezzi.

«Va bene» diss’ella.

Clenezzi intese che ne sapeva più di lui e che non le garbava di parlare. Si congedò, promettendo tornare verso le dieci per mettersi a disposizione della contessa Tarquinia. Era già in fondo alla scala, quando Elena ridiscese in fretta, lo raggiunse.

«Vada da Cortis» diss’ella, «veda mia zia e, quando viene, me ne dica qualche cosa.

Il senatore, sbalordito, aperse la bocca per scusarsi, quando Elena risaliva già, correndo, la scala.

La contessa Tarquinia non si svegliò che un paio d’ore più tardi. Quando seppe dell’arrivo di sua cognata, dichiarò netto ad Elena che tutti erano padroni di perdonare fin che volevano, che col cuore perdonava anche lei, ma che non l’avrebbe veduta sicuramente. Le rincresceva per Daniele, ma su questo punto non poteva transigere. Se Elena volesse ascoltar lei, si comporterebbe allo stesso modo.