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il segreto della signora cortis 239


«Io non ho nominato il Governo.

«Il Governo, caro signor Cortis» replicò il barone «avrebbe obbligo sacrosanto di fare per me questo e molto più nobilmente; perchè poi vi dirò che quando non mi credessi più degno di sedere in Senato, ne uscirei di mia libera volontà, e la vostra condizione è malvagia. Ma in ogni modo, prima di pronunciarmi, voglio che mi dichiariate se è veramente il governo che mi offre questo.

«È solo al signor avvocato» rispose Cortis «che dovrò dichiarare il nome del suo nuovo debitore. È lui che deve dirmi se gli soddisfa. Io non farò altre dichiarazioni ad altri.

«Sta bene» esclamò il senatore alzandosi. «Non ci sono dichiarazioni, non ci sono condizioni, non ci sono persone anonime, non c’è niente. Ci sono io, caro signor cugino e caro signor avvocato. Il signor avvocato mi ha scritto una lettera alla quale io risponderò, in un modo o nell’altro, prima del 31, e ora buon giorno a tutt’e due.

«Un momento!» disse Cortis, alzando la mano verso di lui.

«Ho facoltà di togliere la condizione.

«Non me ne importa» rispose il senatore.

Cortis si alzò in piedi.

«Fermatevi!» diss’egli.

Colui si strinse nelle spalle, aperse l’uscio e, piantandosi il cappello in testa, disse senza voltarsi:

«Complimenti.

«Gran bestia!» esclamò l’avvocato quando l’intese discendere le scale.

Cortis s’era rimesso a sedere con le tempie in mano.

«Dunque sono io» diss’egli.