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le batteva forte di dolore, di sdegno, di disgusto, come se una curiosità villana fosse venuta a guardarvi dentro di furto. E adesso avrebbe quasi voluto andar via anche lei; le ripugnava di star lì, le pareva che quando fosse entrato Cortis, quando avesse preso la parola le si dovessero vedere i pensieri. Intanto il ventaglio della contessa Tarquinia batteva e ribatteva l’aria, più fastidioso che mai.

«Che noia!» diss’ella.

Una signora vicina mormorò timidamente:

«M’avean detto che si cominciava al tocco.

La contessa Tarquinia non rispose. Non era il ritardo che le dava maggior noia.

«Adesso comincieranno subito» disse il signore pratico. «Vedono quel deputato che si mette a scrivere là in alto, in cima al secondo settore? Quello è Minghetti. Oh! Ecco Depretis!

La contessa dimenticò un momento le sue pene per guardare anche lei, come gli altri, il ministro che entrava da destra col suo passo stanco.

Una signorina disse sottovoce:

«Come è vecchio!

«Guarda» osservò la contessa Tarquinia a sua figlia «se non è tutto lo speziale di Passo di Rovese. Ah, ma tutto!

Elena non le badava. Anch’ella s’era scossa vedendo entrare il ministro; ne aveva ricevuto un colpo, sentendo più vivamente il tardare di Cortis. Il cuore le batteva forte. «Se fosse malato!» pensava. E lo vedeva a letto col volto acceso, con gli occhi lucenti di febbre.

«Non c’è ancora il presidente», disse qualcuno. «Di solito è al suo posto mezz’ora prima.» Allora