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CAPITOLO XX.


Occulto dramma.


Un filo d’erba non si moveva intorno al lago ovale di villa Cortis, non una fogliolina della sua corona di carpini. L’acqua, tutta bruna, sino a mezzo lago, dell’imminente Passo Grande, tutta chiara, al di là, di nuvole argentee, non faceva una crespa; e anch’esse le aride nuvole meridiane pendevano senza moto, temperavano la luce a quel sopore del lago, blandito dalla sommessa voce dell’acqua che v’entra e n’esce. Era un riposo pieno di vita occulta, un trepido silenzio pieno di aspettazioni. Se qualche fiato veniva dal mezzogiorno, tutti i fili d’erba intorno al lago, tutte le foglioline appena nate dei carpini se lo dicevano; l’acqua sola sapeva che non era ancora il gran vento meridiano del maggio, la gioia e la festa di tutti i boschi, di tutti i prati e di lei; l’acqua non faceva una crespa e subito quel fiato ne andava via, tutto posava, tutto taceva ancora.

«Che quiete!» disse Cortis sottovoce.

Elena, seduta presso di lui sopra un tronco rovesciato nell’erba presso all’entrata del gran viale che mette dal lago alla villa, non rispose subito. Pareva assorta nella contemplazione dell’acqua.

«Troppa quiete» diss’ella qualche minuto dopo, senza muovere il viso nè gli occhi.