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lo voleva, perchè, quel giorno terribile, egli avrebbe sofferto di più.

Le parve di vedere sul viso di Cortis un’ombra di malcontento e soggiunse subito, arrossendo:

«Sai, vorrei essere a casa per l’ora di posta. Sono tanti giorni che lo zio non scrive!

Tanti giorni? Non n’erano corsi che quindici dal loro arrivo e lo zio aveva bene scritto due volte! Fatti i conti si trovò ch’eran soli cinque o sei giorni. Ad ogni modo avrebbe dovuto scrivere prima ed Elena si diceva inquieta. Cortis le chiese cosa facesse Lao a Roma, tanto tempo. Di un affare sapeva, ma quello era finito. Quest’affare, di cui Cortis non diede a Elena altra spiegazione, dimenticando forse di avergliene già fatto cenno a Roma, era la cessione di credito convenuta con l’avvocato Boglietti, per la quale Lao gli aveva scritto da Roma ringraziandolo e partecipandogli che al pagamento era già stato provveduto da lui, direttamente.

Elena rispose che lo credeva occupato d’affari molto gravi, più di così non gli poteva dire. Cortis pensò agli affari del barone Di Santa Giulia, non parlò più fino al cancello di casa sua, dove cominciò a cadere una pioggerella tepida, minuta minuta, che si vedeva tremolar lucente in un raggio di sole e non si udiva.

«Entriamo» diss’egli, «aspettiamo qui o almeno facciamoci dare un’ombrello dal gastaldo.

Ella non volle, e prese, staccandosi dal suo braccio, il viottolo a sinistra che scende verso la villa.

Tanta impazienza lo ferì un poco.

«Senti» diss’egli fatti pochi passi, «non so perchè io debba continuare a stare in casa tua. Potrei venir