Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/333

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occulto dramma 323

qua, oramai. Non sono mica più convalescente; sto benissimo».

«Fa come vuoi» rispose Elena, in tono di sommessione. «Fa quello che ti par bene; può essere che sia bene fare così.

Egli si sarebbe aspettata un’altra risposta e non fu contento di questa. Gli parve troppo freddamente savia, ingiusta verso di lui. Facile per natura ad adombrarsi fuor di ragione, lo era adesso più che mai. Quelle parole d’Elena, male interpretate, gli fecero dimenticare per un momento le altre che poco prima l’avevano commosso.

Così nè l’uno nè l’altra provavano più desiderio di parlare, e la piova tepida, che veniva ora più fitta, sussurrando intorno a loro, sulle alberelle del pendìo e poi sui grandi noci, e poi sulle siepi della via maestra il suo continuo, quieto: «zitto, zitto» favoriva quel silenzio. Elena camminava un po’ innanzi, perchè lui non le aveva più offerto il braccio. Non v’eran più macchie di sole, adesso. I campi si perdevano, la via sfumava davanti in una nebbiolina bigia dietro alla quale i grandi fantasmi delle montagne parevano lontani, lontani.

Elena camminava frettolosa senza nemmanco aprire il suo ombrellino da sole. Lui era stato lì per dirle che lo aprisse e poi non aveva parlato. Il povero berretto rotondo di velluto nero non serviva che a farle stillare meglio l’acqua sugli orecchi e sul collo. Oltrepassata quella casa solitaria che chiamano «la Fabbrica», Cortis le si accostò a un tratto, le prese l’ombrellino, l’aperse, le prese il braccio, senza parlare. Lei lasciò fare, gli sorrise con una dolcezza inesprimibile, contenta che quella nuvola leggera fosse