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nel glicine avvolto al cipresso morto, nell’erba del prato, confondendo la sua voce a quella profonda del Rovese che veniva su da man destra, ripercossa dalle squallide scogliere nude del monte Barco. In fondo a Val di Rovese il cielo era puro. Una striscia di nitido sereno mostrava la neve e il sole sulle cime lontane di Val Posèna. La vetta del Passo Grande non aveva più nebbie; il profilo ne spiccava bruno sulle nuvole chiare che correvano a furia verso mezzogiorno; e là in faccia, tra Val di Rovese e Val Posèna, le guglie del Corno Ducale avevano un chiarore rossastro, una certa luce serena.

Elena sentiva un ristoro nell’aspetto del cielo e delle montagne; sentiva il furioso vento freddo come uno spirito di purezza e di pace che le facesse bene sulla fronte e nel petto, che le quietasse l’immaginazione, il sangue, il cuore. Ed anche i sussurri, gli scrosci subiti per le piante, tutte le varie voci dolenti e sdegnose del vento le facevan bene, quantunque non potesse ora parlar con loro come una volta, quando le ascoltava in qualche angolo deserto, contemplando sola, beata, e tanti dolci pensieri le venivano in mente, tanti sogni. Neppure alle montagne poteva ora parlare, ma tuttavia poteva, fra i loro cari aspetti venerabili, ascoltarsi il cuore come nell’intimo della sua cameretta.

Ah folle, imprudente cuore, cosa diceva mai?

«Andrò» diceva; «ma se non andassi?» E batteva allora, batteva forte, forte, da spezzarsi, immaginando con violenza, contro una debole volontà renitente, la infinita gioia di viver vicino a lui, di saper che sarebbe così, tutta, tutta la vita. «No, no» disse