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senatore Clenezzi parlava ancora con entusiasmo del famoso piatto bergamasco, riuscito perfettamente.

«Magnifica villa, magnifico paese, contessa» gridò rientrando con Daniele da una passeggiata «ma quei casonsèi!

Credeva che la contessa fosse sola, ma invece ella aveva circolo, quella sera. Erano accesi in sala i lumi del biliardo, e il conte Lao si divertiva a giuocare da solo, come usava nei momenti di buon umore, onde persuadersi di non avervi ancor perduto l’occhio e la mano.

Nella stanza del piano erano accese le candele del tavoliere da giuoco, le candele del piano, la grande lucerna sul tavolino ovale davanti al canapè dove la contessa era seduta con la signora Zirisèla. L’arciprete, il medico e il signor Zirisèla che avevano appena incominciato il tresette, si alzarono, all’entrar di Clenezzi e di Cortis, con un diabolico strascicar di sedie e di piedi benchè il quarto giuocatore, don Bortolo, restasse seduto brontolando: «Andiamo, andiamo, quante minchionerie!

Si alzò anche la signorina Zirisèla, molto rispettosamente. Si alzarono il dottor Picuti e altri due o tre signori che guardavano il giuoco. Il povero Clenezzi, miope, non sapeva da che parte voltarsi, faceva inchini a più non posso, mentre la contessa Tarquinia gli snocciolava in fretta una litania di presentazioni.

«E la baronessa Elena?» diss’egli, guardandosi attorno.

Elena entrava allora in sala. Aveva udito Cortis passare con Clenezzi sotto le sue finestre, ed era di-