Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/351

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occulto dramma 341


«Sono stanca» diss’ella, «e poi, sai! Davanti a questa gente! Se fossimo noi due soli, suonerei forse. Ma neppure» soggiunse dopo un momento.

«Perchè neppure?

«Non domandarmelo. Forse te lo dirò. Non adesso però. Ma tu non domandarmelo, sai.

Ella potè prendergli di furto una mano, stringergliela forte come se avesse paura. La contessa Tarquinia, udendoli bisbigliare, li guardò. Allora tacquero, finsero di ascoltare le agilità della signorina Zirisèla.

Ambedue sentivano il rapido stringersi dei loro legami in quella tacita complicità, pensavano al futuro. Elena ne vedeva uno spaventoso; Cortis aveva dei sinistri presentimenti. Il contegno d’Elena era nuovo da poco in qua. Ella non si curava molto, adesso, di nascondere i propri sentimenti, o almeno non vi riusciva più, e ciò bastava ad accrescere la passione di Cortis. Ma dove si andrebbe a questo modo? Non verrebbe presto il momento in cui non potrebbero più stare nè divisi nè uniti?

Furono soli a non batter le mani quando la signorina schiacciò sul piano gli ultimi accordi. Elena se n’avvide troppo tardi, andò a congratularsi con lei.

«A Lei, senatore Clenezzi!» disse Cortis, forte. «Lei cantava una volta, m’ha detto. Ci faccia un po’ sentire quel pezzo di Pergolese, quelle che ci ha cantato donna Laura a Roma.

«È matto?» rispose il senatore. «Lei ce lo deve cantare, baronessa. Sa, le famose strofette che Le ho fatto mandare a Cefalù: Se cerca, se dice.

Ma Elena non cantava, non aveva mai avuto voce. Lao, ch’era rientrato durante il pezzo della Zirisèla,