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Cortis faceva un lungo giro a sinistra per andare agli abeti senza passare dal portico.

Elena si sentiva male nello staccarsi da lui; tanto male quanto non s’era sentita mai. Non si riconosceva più; le pareva di essere smossa oramai, nei suoi propositi, da una corrente che finirebbe col mandarli a fascio, col portarseli via. La sua coscienza parlava ancora, le diceva: «I momenti supremi son questi, sei in tempo di salvarti», ma un indistinto fuoco di amore, di sgomento, di rimorso, le faceva credere di aver già mosso il primo passo, se non altro col pensiero, sopra una china dove non riuscirebbe a fermarsi. Entrò in sala subito, fuggendo quest’angoscia. In sala non v’era più nessuno. Lao, Clenezzi e la contessa Tarquinia eran tornati nella stanza del piano, dove il primo suonava con giovanile slancio l’aria dell’Olimpiade, e Clenezzi ne singhiozzava miserevolmente le parole:

Se cerca, se dice:
L’amico dov’è?
L’amico infelice,
Rispondi, morì.
Ah no, sì gran duolo
Non darle per me;
Rispondi, ma solo:
Piangendo, partì.