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andare proprio martedì. Elena rispose escludendo il forse di prima, affermando la necessità di questa corsa senz’addurne ragione alcuna. Aspettava con ansia una parola di Cortis, un eccitamento a differire. Non venne; Cortis s’era voltato a guardare le praterie.

«Allora» disse la contessa dopo un po’ di riflessione «potrete andare mercoledì.

Ma Elena non prometteva di tornare dalla città prima di mercoledì sera. Pensò che, se partisse, la sua famiglia non dovrebbe sospettar di nulla fino a quando ella non fosse in mare. Lao si stizzì.

«Che affari hai?» diss’egli.

La contessa s’interpose subito, osservò che si poteva differire a giovedì. Qui il senatore Clenezzi mise in campo, con molte cerimonie, le sue ragioni di lasciar Passo di Rovese martedì. Esclamazioni. In quel punto il landeau, scrosciando sulla ghiaia, venne a fermarsi davanti alla loggia, troncò il dialogo.

Si voleva che il conte Lao salisse in carrozza con Elena, Clenezzi e Cortis, ma il conte rispose che di pazzie ne aveva fatte abbastanza, quel giorno. Cercavano di mandarlo all’altro mondo?

«Senti, piuttosto» diss’egli ad Elena. La prese a braccetto, le sussurrò all’orecchio che, al ritorno, salisse da lui: le doveva parlare.

La contessa Tarquinia prese, in carrozza, il posto di suo cognato. Elena e Cortis erano seduti di fronte. Sulle prime la contessa cercò tener vivo il dialogo, ma con poco frutto. Gittava delle occhiate inquiete a Elena e anche a Cortis. Non parlavano mai; cosa avevano? Finì con ammutolire anche lei.

La carrozza correva lungo una delle selvagge pa-