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hyeme et aestate 395


«Non posso» rispose Cortis.

Elena aperse la sua borsa, ne tolse il volume di Chateaubriand, lo fece vedere a Cortis e lo ripose dopo averne tratta una lettera che gli porse.

«Per lui» diss’ella.

Cortis prese la lettera e la mano con ambo le proprie, fe’ cenno ad Elena di volerle dire una parola in segreto, le posò all’orecchio un addio, un bacio lieve ch’ella ricevette ad occhi chiusi, cercando aria colla bocca semiaperta.

Cortis diè un passo indietro, bruscamente, salutò con la mano. I cavalli focosi balzarono avanti. Nell’atto stesso ella gittò il viso alla portiera. Cortis si protese a lei, pensando quasi che volesse slanciarsi fuori, ma poi non vide più che la mano, la piccola mano ignuda, spenzolata come una cosa morta.

La carrozza non si vedeva più da un pezzo, che egli guardava ancora da quella parte, immobile.

Andò verso casa, spossato, senz’altra coscienza che di un dolor sordo al cuore. Non entrò nella villa, prese la stradicciuola che cinge in alto i giardini. Scavalcò la siepe al gran tiglio e salì verso la colonna. Lassù, fra i castani che guardano la valle e il piano, si gittò nell’erba molle ancora di pioggia.

Ecco finito tutto; era solo.

Dio, cos’aveva fatto! Il sole era scuro, il mondo era morto, il cuore gelava. Chiamò: Elena, Elena! Piante ed erbe tacevano in un silenzio desolato.

Giacque senza moto, senza pensiero, guardando le nuvole passar lente, trasformarsi di continuo, turbate da uno spirito muto.

Quanto tempo gli fosse trascorso così, non lo seppe mai. Si levò finalmente a sedere. Tutto gli faceva