Pagina:Daniele Cortis (Fogazzaro).djvu/57

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fra le rose 47

il suo cuore si chiudeva sulla passione, e non s’apriva più, fino a sera, se non quando Elena, trovandosi sola, discendeva in sè avidamente, godeva toccarsi, foss’anche per un momento, quel fondo oscuro del cuore, sentirvi un fuoco di dolore e di vita.

Ella si vestì e si pettinò sola, in fretta. Era come una dolce musica quella cameretta; troppo dolce! Le rose avevano un odore troppo molle, una grazia troppo delicata. Si soffriva, lì, si perdeva tutto il vigore dello spirito: bisognava esser felici per abitare un nido simile, non aver nell’anima quello che ci aveva lei e che si accordava tanto, in un certo doloroso modo, con l’ambiente. Elena guardò un momento dalla finestra attraverso il fogliame delle rose battute dal vento. Le cime dei monti eran tutte vermiglie; un’ombra azzurrognola copriva i prati, le macchie, i bianchi viali del giardino, che alcuni contadini stavano rastrellando. Pensò che incominciava il terzo giorno dalla partenza di Cortis e che forse fra poche ore sarebbe venuta una lettera.

Ah, la doveva, la poteva desiderare questa lettera? Lo amava nel suo segreto; da quanto tempo! Ma non avrebbe voluto, una volta, ch’egli pensasse molto a lei. Le bastava uno sguardo amichevole, una buona parola, ogni segno di quieta benevolenza. E solo quieta benevolenza voleva dimostrargli dal canto suo, accettando di amare e di soffrire in silenzio, con l’appassionata speranza di poter fare qualche cosa per esso, non sapeva che, di poter operare su questa via un po’ di bene al mondo. Altrimenti, senza figli, divisa nell’anima dal marito, avrebbe attraversato la vita come un’ombra, mettendo forse intorno a sè un fugace ristoro su qualche afflitto, ma riportando a Dio,