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nel 1866, al Friuli; e che era stato indotto dalla sorella Tarquinia a comperare Villascura. Quanto tempo trascorso, quante cose! La sonora corrente del Rovese aveva un rombo che stringeva il cuore.

«Dio, com’ero bambina!» pensava Elena. Suo cugino, un bel giovane pieno d’ingegno e di fuoco, la guardava volentieri, ma ella non se n’era accorta che più tardi, ritornando a quei giorni con la memoria, quando ormai il vecchio Cortis era morto e Daniele andato via nel mondo con la corrente sonora.

Egli aveva viaggiato lungamente, aveva studiato economia pubblica a Berlino, l’aveva insegnata a Firenze ed era tornato dopo sette lunghi anni a Villascura per prepararsi un avvenire politico. Che anni per lei, quelli! Elena aperse il libro, si ripose in cammino, leggendo senza capir nulla, chiudendosi alle sciagurate memorie che l’assalivano.

Ogni tanto apriva loro disperatamente il cuore per finir l’angoscia di lottare con esse. Udiva allora sua madre presentarle per la prima volta il colonnello barone di Santa Giulia, lo vedeva piegare appena il capo e porgerle la mano. Poi si ritrovava nel suo letto di fanciulla, una eterna notte di dicembre, a dibatter seco stessa se rimanere in quella casa dove certi occulti segni di colpa le mettevano orrore, se dire un mortalmente amaro. Le sue mani strinsero il libro, gli occhi vi si confissero; ella ne lesse alcune parole a caso per aggrapparvisi, per salvarsi da quelle immagini.

Cadde su queste:

«Il n’y a qu’un déplaisir auquel je crains de mourir difficilement, c’est de heurter, en passant, sans le vouloir, la destinée de quelque autre».