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in faccia mai più in eterno, se prenderò mai da loro una goccia d’acqua, dovessi scoppiar di sete!

Alle proteste d’Elena che i suoi parenti non c’entravano, oppose un gesto di disprezzo, e, cacciatosi nell’angolo più opposto del vagone, non aperse più bocca.

Guardavano entrambi, ciascuno dal proprio lato, egli torvo, ella grave, nella notte fredda e nera che soffiava per i finestrini, facendo tremare il lume sonnolento, come se ne avesse paura. Elena si ricordò presto della lettera di suo zio, la lesse a stento. Il conte Lao le diceva brevemente che, non credendo affatto a quanto ella gli aveva raccontato e temendo di qualche sciocchezza sentimentale, le avrebbe mandate a Roma per mezzo della Banca Nazionale quindicimila lire ch’ella gli avrebbe riportate in ottobre, se proprio non le occorrevano. Elena ripose la lettera e tornò a guardare dal finestrino.

A poco a poco lo strepito del treno diventava per lei un battere e ribattere d’onde, diventava tumulto e grida di gente sconosciuta; le scure campagne le figuravano un mare, e tre occhi fissi di pianeti vicini all’orizzonte, la chiamavan lontano, conoscendo, come a lei pareva, la sua recondita idea; «per lui, per lui, per non contristar la sua vita.» Le rade fermate interrompevano per breve tempo questi pensieri. Viaggiatori salivano e scendevano senza che gli occhi aperti di lei si movessero. Verso l’alba, il treno entrò con gran fragore in mezzo ad alte spranghe di ferro tra cui si vedeva una grande acqua chiara e le fioche immagini delle stelle. Qualcuno disse sottovoce:

«Il Po.