Pagina:De' matematici italiani anteriori all'invenzione della stampa.djvu/81

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search

73


Cesare fui e son Giustiniano
     Che, per voler del primo Amor ch’io sento,
     D’entro alle leggi trassi il troppo e ’l vano.
E prima ch’ io all’ opra fossi attento......
Tosto che con la Chiesa mossi i piedi,
     A Dio, per grazia, piacque di spirarmi
     L’alto lavoro, e tutto in lui mi diedi.

(Par. vi, 13 e seg.)

E Dante avrebbe voluto che le scienze fossero coltivate per amor del sapere, non per interesse di lucro. Della quale sua propensione d’animo lasciò testimonianza ben manifesta in quelle gravi parole del Convito: «E a vituperio di loro dico che non si deono chiamar letterati; perocchè non acquistano la lettera per lo suo uso, ma in quanto per quella guadagnano danari o dignità; siccome non si dee chiamare citarista chi tiene la cetera in casa per prestarla per prezzo; e non per usarla per sonare.»1La quale ira giustissima dell’Allighieri mi giova credere rimanesse avvalorata dal vedere sì fattamente neglette le matematiche: perchè se a Dante poeta dovea cuocere il dispetto in che giaceva lo studio del bello, a Dante filosofo non potea meno rincrescere lo scorgere trascurato il vero astratto.

E questo in realtà allora accadeva. E se pure sempre s’è trovato alcun amico e cultore di queste scienze, si seguirono parecchie generazioni senza che fosse provveduto con pubbliche scuole al loro insegnamento. Bologna, la più antica e la più fiorente delle Università Italiane, che fa giusta pompa dell’onorata e larghissima schiera de’ suoi interpreti del Gius Civile, e del



  1. Il Convito di Dante Allighieri con note critiche e dichiarative di Fortunato Cavazzoni-Pederzini e d’altri. Modena, 1831, Tip. Camerale - Tratt. i cap. ix pag. 41.