Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/137

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Un tristo giorno 129


— Inginocchiatevi, — disse il maestro; — che vi veda!

La madre soltanto s’inginocchiò, mettendosi una mano sul viso.

E allora il ragazzo fu scosso da uno di quegli ultimi sforzi della vita, che strappano qualche volta ai bimbi moribondi una parola suprema, la quale riman nel cuore dei parenti come uno strazio eterno. S’agitò, strinse più forte il vestito del giovane, e gridò stralunando gli occhi: — Ah maestro! Ah maestro! È finita!

La sua mano s’aperse e ricadde, e il viso rimase immobile in una espressione di stupore.

— È morto — disse il padre.

Un ribrezzo improvviso fece trarre il viso indietro al maestro; ma subito egli fu risospinto avanti da un impulso del cuore, e chinatosi sul morto, gli mise insieme un bacio e un singhiozzo in mezzo alla fronte.

Poi s’alzò, asciugandosi le lacrime, e vedendo il padre e la madre ritti in mezzo alla stanza, lei con gli occhi appena rossi, lui che corrugava le sopracciglia per mostrar tristezza, disse loro con accento d’irresistibile disprezzo: — Vegliatelo.... almeno.

Quelli l’accompagnarono fino all’uscio che dava sull’aia, inondata di luce. E lì la madre, trattenendolo, gli disse ch’eran poveri, che avevan molti figliuoli: se avesse avuto la bontà di dar qualchecosa per la sepoltura, lui che era stato maestro del povero ragazzo.... Il maestro le mise in mano qualche moneta, voltando le spalle, e attraversata l’aia rapidamente, prese per i campi, sotto il sole. Camminava come sbalordito, preso nel più profondo dell’anima da quel sentimento terribile della morte veduta, che muta tutte le idee della vita e scolora il mondo; e si vedeva sempre lì quel piccolo viso immobile e misterioso, che gli andava davanti, rivolto verso di lui, come un’apparizione; e con quello degli altri, mille altri, in basso, in alto, vicini, lontani, innumerevoli visi bianchi di bambini morti, l’immenso e desolato campo di battaglia dell’infanzia e della fanciullezza, che lottano con l’incuria, il disamore, la malvagità, la miseria, e muoiono senza baci e senza compianto. E tutto questo gli pareva così orrendo, ch’egli si rifugiava con la mente in una speranza sovrumana, per salvarsi dall’odio della vita e dall’esecrazione della sua specie.

Il romanzo d’un maestro. — I. 9