Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/136

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
128 Piazzena

sua giacchetta, glie l’aveva afferrata sotto al bavero, e vi restava come attaccata.

Allora lo prese una pietà infinita, ed egli afferrò quella mano fredda e viscosa, che non gli fece più ribrezzo. Cercò delle parole di conforto; non ne trovò. Dirgli: coraggio, guarirai, gli pareva crudele. Non trovò altro che una domanda: — Dobetti, soffri?

Il ragazzo fece un movimento con le palpebre, per dir di sì. E ansava forte.

Il maestro si ricordò allora d’un rimprovero che gli aveva fatto un giorno per un lavoro, non terminato; si ricordò la sua voce, un difetto di pronunzia, il suo sorriso; ma come cose d’un tempo già lontano.

Il piccolo malato teneva sempre gli occhi fissi nei suoi, come se osservasse le lacrime che vi luccicavano; le prime, forse, ch’egli vedeva sparger per sè. E la sua mano non lo lasciava. Il giovine cercava intanto dei pensieri che lo sollevassero dalla pietà angosciosa che gli opprimeva l’anima. Era meglio per lui, povera creatura. Che vita avrebbe fatta? Che piaceri lo aspettavano? La morte gli toglieva così poca cosa!... Ma il suo cuore si ribellò con un grido a quei pensieri. Ah! no! È inutile, è una cosa crudele e tremenda! Un fanciullo che muore! Gran Dio! Nascere, mangiare un po’ di pan nero, esser battuto, e morire! — E un altro pensiero gli balenò: quella morte desolata in quella stanza nuda, su quel pagliericcio sudicio, accanto a quel tozzo di pan duro, davanti a quei due parenti impassibili, era una cosa che seguiva tutti i giorni, migliaia di volte, continuamente. Oh! l’abbominevole pensiero!

Il fanciullo continuava a fissarlo, e sotto la fissità di quelle pupille che andavano velandosi e convergendo come per effetto di strabismo, egli cominciava a sentire un’inquietudine, un senso quasi di sgomento, come se stesse per uscire da quello sguardo il segreto dell’eternità. Il malato ansava con maggior violenza, e dava di tratto in tratto un colpo di tosse, e allora gli veniva sulla bocca una saliva purulenta; gli occhi gli s’infossavano, la mano gli si raffreddava. Poi cominciò a movere fitto le labbra come se pronunziasse delle parole di terrore in una lingua senza suono.

— Muore — disse il padre.