Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/151

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L’ex granatiere 143

a poco a poco, l’interesse, la paura, l’impossibilità, che toccan con mano, di fare tutto il male che vorrebbero, non solo li frena, ma li migliora un poco, per la forza dell’abitudine. Ma fin che dura la natura schietta, tu li vedi bene: graffiano la mammella alla balia, picchiano appena possono levar la mano, scarnificano gli insetti, spennano vivi gli uccelli, levan gli occhi alle lucertole. Vedili rissar fra di loro: son più feroci degli Zulù. Non parlano che d’ammazzare. Io ce n’avevo uno, che ogni volta che aveva un soldo, comprava un giornale di Torino per legger la cronaca delle coltellate. Va a cercare la gratitudine in quelle belve male addomesticate! Fa loro entrar la ragione! Ma nemmeno a fendergli il cranio con l’accetta. E vengono a parlare ai maestri di amorevolezza! Bisogna essere impostori o cretini per credere che si possano tenere i ragazzi altrimenti che coi pugni e coi calci.

— Dunque — domandò il giovine — tu li batti?

Il Lérica rispose con dispetto: — No. — E stette un po’ pensando. — Non li batto perchè li ammazzerei. Quando uno mi mette a un puntaccio, che proprio non ci vedo più, me gli avvento contro e gli pianto il pugno sotto il naso, vedi, in questo modo, una mazza di ferro, e glielo faccio fiutare, glielo striscio sulla grinta, col braccio che mi trema, trattandolo di ladro, di galeotto evaso, di maiale. Ah, in nome di Dio, se mi potessi sfogare! Io ho paura d’un colpo apoplettico, certi giorni. No, non credevo che la semenza umana fosse una porcheria velenosa come l’ho riconosciuta sui banchi della scuola. Ma già, se hanno da diventar consiglieri, sindaci e soprintendenti non possono esser diversi da quello che sono. Mondo boia! Beviamoci sopra, e parliamo d’altro.

Parlarono daccapo della Scuola normale, del prete dalla giacchetta di frustagno, del contadino colle scarpe inchiodate, dei disertori notturni, del gran sornione Labaccio, e soprattutto del bravo direttore Megári che da due anni era provveditore, credevano, negli Abruzzi, e di cui tutti e due conservavano una memoria riverente. Ma il discorso ricadde forzatamente sulla professione quando si ritrovarono insieme in via Dora Grossa, nella confusione polverosa della sera.

— Cosicchè, — disse il Lérica all’amico, pigliandolo