Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/167

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Il maestro Calvi 159

derni, a star tutti raggruppati sotto il lume, gli uni addosso agli altri, e i più lontani, quando incontravan nello stampato dei caratteri piccoli, dovevano accendere un fiammifero per illuminare la difficoltà. Ma tutti avevan buon volere, e questo essendo riscaldato dalla stufa, che per molti era una benedizione di Dio, l’ufficio del maestro riusciva di assai agevolato. Gli rimaneva un solo timore, che il collega Calvi si fosse potuto aver per male della preferenza data a lui; ma, avendo avuto occasione in quei giorni d’andar varie volte a casa sua, e di conoscerlo meglio, si rassicurò interamente.

Il maestro Calvi era un pensatore progressista, un cervello un po’ balzano, a cui non mancava che qualche cosa, piccolissima, ma indispensabile, per essere un uomo d’ingegno. Egli passava la vita a ricercar nuovi metodi, dei quali esperimentava uno al mese, con la speranza sempre rinascente di ottener miracoli; ma con quel profitto degli alunni che ogni maestro può immaginare: metodo di lettura, di scrittura, di numerazione, di educazione, di mnemonica, di tutto. Per un pezzo aveva insegnato l’alfabeto facendo ogni lettera iniziale del nome d’una bestia: Asino, Bue, Coccodrillo, Elefante; ma era stato costretto a smettere dalla rumorosa e irresistibile ilarità provocata da certi equivoci a cui dava luogo quella nomenclatura. Poi aveva fatto scrivere gli alunni, per i primi due mesi, con matite nere, rosse e turchine, per certi buoni effetti ottici e intellettuali ch’ei credeva che facesse quell’alternativa di colori. Aveva anche escogitato un modo d’insegnar a scrivere, cominciando dalla destra. Quanto alla disciphna era andato innanzi per un certo tempo applicando ai colpevoli la legge del taglione: un ragazzo feriva un altro con un chiodo, egli si faceva dare il chiodo, e pungeva il feritore. Aveva avuto anche dei dispiaceri con un padre, perchè, informandosi troppo rigorosamente al precetto pedagogico che bisogna attuare le minacce, dopo aver minacciato gli alunni di far ingoiare gli scarabei a chi ne avesse ancor portati nella scuola, ne aveva fatto ingoiar uno a un disgraziato, ch’era andato a rigettarlo a casa, urlando come un ossesso. Del rimanente era con la scolaresca buono e tollerante fin troppo: non faceva quelle