Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/253

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Dal provveditore 245

nori, piovendo un freddo d’autunno. Per rinfrancarsi, fece fermare il calesse alle Case Rosse, dove bevette qualche cosa, e qualche cos’altro assaggiò alla prima fermata della diligenza; dopo di che principiò a veder men nero negli affari suoi. Per aver trascurato la scuola non gli pareva possibile che lo avesser chiamato, poichè la trascuranza non era stata accertata nè da visite d’ispettori nè da esami d’autorità comunali, e perchè si fosse dato a bere, nemmeno, chè spettacolo di sè in pubblico non l’aveva offerto ancora, e gli pareva ridicolo, d’altra parte, che il provveditore gli facesse fare quel lungo viaggio soltanto per consigliarlo ad annacquare il suo vino. Non rimaneva altro perchè supponibile che la disputa col soprintendente, nella quale, fino a un certo punto, egli si credeva dalla parte della ragione. Non c’era dunque da inquietarsi più del bisogno. Intanto, via via ch’egli scendeva verso il piano, il cielo si schiariva. Quando fu alla stazione della strada ferrata, brillava un bel sole, che lo rianimò tutto.

Nel vagone, gli venne il pensiero che non fosse nemmeno intenzione del provveditore di dargli una lavata di capo; ma che avesse colto quel pretesto del battibecco per farlo venire in città, e interrogarlo in confidenza intorno all’andamento delle cose scolastiche di quel comune, col quale doveva averla amara da un pezzo; e fisso in questo pensiero, scendendo alla prima fermata del treno a racconciarsi lo stomaco con un bicchierino di Fernet, decise, se fosse interrogato, di spiattellare ogni cosa senza un riguardo al mondo, anche a rischio di farne uscire un processo. E poco prima di arrivare a Torino, alla vista della bella primavera dei campi, entrò in un giro di pensieri anche più lieti. Egli conosceva per fama il provveditore, noto anche fuori del mondo magistrale, per opere di critica storica, che avevano avuto fortuna, e lodato sempre dai giornali in occasione di feste scolastiche per i discorsi originali e caldi che vi pronunziava; e questa idea di aver a trattare con un uomo di gran levatura e di autorità superiore alla sua carica, anzichè intimidirlo, lo inanimiva; poichè i giovani ambiziosi aman negli uomini celebri la propria immagine futura, e li suppongon più benevoli dei mediocri, perchè li credon più felici.

Quando fu a Torino, in quella lunga via DoragrossaFonte/commento: normalizzo


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