Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/34

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26 Garasco

la campana della scuola, e quasi sempre sonava più tardi. Quando aveva finito di sonare, comparivan due ragazzi di qua, tre di là, uno più lontano, a passo di lumaca; non c’eran mai tutti prima delle nove. Alcuni dei più piccoli, i primi giorni, non volevano entrar nella scuola che gli ultimi, s’arrestavano davanti all’uscio come impauriti; ed egli seppe che doveva questa buona disposizione d’animo ai loro parenti, i quali, per vari anni, s’eran serviti del maestro come d’uno spauracchio, per far chetare i bimbi quando li seccavano, dicendo loro a ogni proposito: — Bada che ti mandiamo a scuola! — Vedrai poi a scuola che il maestro te le farà pagare! — e per questo i bimbi recalcitravano, temendo ceffoni e legnate. Di più, molti venivano senza quaderni e senza libri, dicendo, imboccati dai parenti: — Il Municipio non ce li ha ancora dati! — e li volevan tutti gratis, anche quelli che li potevan comprare. E fu poi spaventato addirittura quando fece leggere la prima volta quelli di 2a per vedere a che punto fossero. Non solo non leggevano a intelligenza per sè; ma quasi neppure in modo che il maestro potesse afferrare il senso della lettura. Pronunziavano calamoio, falegnome, squarciavano senza misura gli o e gli e, facevan degli aggruppamenti precipitosi di sillabe, nei quali tre parole si confondevano in una; ed erano intonazioni strane, certi scoppi involontari di voce che parevan grida lanciate ai porci e alle vacche, stecche false d’organi vocali ribelli a ogni nuova modulazione, che rivelavano una serie di generazioni vergini d’alfabeto, e assuefatte da secoli a cantare tutte le loro canzoni su tre o quattro motivi immutabili. Non gli pareva di sentirli leggere italiano, ma qualche aspro e chioccio dialetto teutonico, tanto ch’era tentato di metter loro le dita in bocca, per vedere che cosa masticassero leggendo, da far quello strazio del parlar celeste. E diceva tra sè, sospirando: — Bisognerà dunque cominciare da prima del principio! — E pensava con un sorriso agro alle lunghe circolari ministeriali che raccomandavano al maestro, con forbito stile, di curare la purezza della pronunzia. Altro che purezza! Si trattava, avanti ogni cosa, d’ottenere una pronunzia umana.

Ma gli si affacciarono altre difficoltà. Egli sapeva