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La scolaresca caminese 99

LA SCOLARESCA CAMINESE.


Il maestro si riconfortò, nonostante questo primo disinganno, pensando che, in fine, il sindaco poteva frodare la legge e vuotargli mezza la scuola, ma non impedirgli di dedicarsi con amore al piccolo numero, che non gli sarebbe mancato, di scolari assidui e di buona volontà. E salutò con piacere il primo giorno di scuola. Gli iscritti spontanei erano quarant’otto, i presenti quarantadue; venticinque di seconda, e diciassette di terza: la solita maggioranza di contadini, con quelle sétole gialle e quelle carni cotte dal sole; ma visetti intelligenti e vispi di colligiani, resi più simpatici dalla viva curiosità che destava il maestro nuovo, e dall’intenzione manifesta d’ingraziarselo; dalla quale traluceva la speranza di trovare un cor buono e una volontà debole. Non gli fu guastata quella prima buona impressione che da due piccole cose. Avendo letto fra gli iscritti il nome di Lorsa, e domandato al ragazzo presente se fosse figliuolo del sindaco, quegli rispose di sì; ed egli avrebbe amato meglio di non avercelo. Non riuscendo poi a decifrare un altro nome, s’alzò un ragazzo dal pelo rosso, che si nominò da sè, aggiungendo ch’era figliuolo del delegato scolastico; e al maestro si presentò l’immagine molesta di quel viso giallo con gli occhiali che aveva visto al municipio; e anche quest’alunno l’avrebbe regalato volentieri ad un altro.


Cominciò dunque, la scuola, ritornando all’antico metodo della bontà e della pazienza, e tanto più risoluto ad attenervisi con tutte le sue forze, in quanto credeva che, fallita anche quella volta la prova, egli non l’avrebbe ritentata mai più: illusione consueta dei giovani, i quali non immaginano quante volte nella vita la prepotenza della natura ci ricaccia per le vie da cui siamo fuggiti. Ammonire amorevolmente, non offendendo mai il sentimento della dignità, ragionare, consigliare, tentar tutti i modi di mover l’affetto, e quando la pazienza gli stesse per fuggire, ritenerla

Il romanzo d’un maestro. — II. 7