Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/369

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In casa di don Bruna 107

sputato addosso al segretario generale dell’istruzione pubblica, a Roma! — Sentite questa: un maestro che ha tirato tre colpi di rivoltella a tre consiglieri comunali, a Signocca. — Egli, peraltro, con le autorità si teneva in buona: aveva dei brevi periodi di fervor religioso e dei momenti di sbornia tenera, in cui baciava persino la mano al parroco; il quale lo proteggeva, d’altra parte, perchè era uno dei migliori cantori della parrocchia. E quanto al sindaco, era riuscito a ingraziarselo soddisfacendo zelantemente il suo desiderio, che ai ragazzi s’insegnasse soprattutto a salutare le autorità e a trattarle, quando occorreva, coi debiti titoli; tanto che gli alunni suoi erano i più abili e prodighi distributori di scappellate del villaggio, e quelli che andavano a capo nudo, salutavano le autorità alla militare, con un: Riverisco, cantato, che pareva l’intonazione d’un salmo. In grazia di questo, il sindaco tollerava il suo metodo Lancasteriano, che consisteva nel far fare la lezione dagli alunni più intelligenti, fingendo di starli a sentire; e quando veniva in chiaro qualche birbonata di lui, come quella di farsi pagare dai ragazzi un tanto per l’inchiostro, ch’era dato gratis, cercava d’abbuiare la cosa. Soltanto lo svergognava qualche volta, a quattr’occhi, pel suo vizio di bere. Ma dopo un giorno che gli aveva detto una parola dura in presenza d’altri, avendolo sorpreso al caffè col bicchierino alla bocca, il maestro non beveva più acquavite in pubblico: se la mandava a comprare ogni giorno fra le dodici e le due da un ragazzo, al quale ordinava di passare per certe vie traverse e rasente i muri, nascondendo il bicchiere in un canestrino, poichè s’era accorto che il sindaco, quando il portatore passava per la strada principale, lo seguitava con l’occhio da una finestra di casa sua.


IN CASA DI DON BRUNA.


Il maestro Ratti scansava costui anche perchè, dopo aver saputo ch’egli studiava, aveva preso a dargli la baia, fra un rutto e l’altro, sulle sue “belle speranze,„ ripetendogli sempre una frase prediletta: ch’era tempo