Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/388

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126 Camina

lari gli scappavan persino dalla finestra. E d’altri ancora sentì parlare, vicini e lontani, i quali sonavano tutti insieme la sinfonia della bulletta con l’accordo d’un’orchestra di professori. Ma quella di cui giovò meglio l’esempio a insegnargli a contentarsi di poco, fu una maestra del villaggio di Riocaldo, dove egli fece un giorno una passeggiata con don Bruna, che aveva conosciuto il padre di lei, usciere di tribunale in Alessandria. Rimasta orfana e sola, che aveva già la patente, essa se n’era ritornata al suo paesetto, dove aveva impiantata una scuola facoltativa, con lo stipendio di duecento lire l’anno. Lì l’avevan conosciuta bambina, la trattavano bene. Era una ragazza sui ventott’anni, tarchiatella, con un viso di Pasqua, d’un’operosità e d’un buon umore senza pari, e abitava in due stanze grandi come due compartimenti di vagone; in una delle quali dava lezione ai suoi scolaretti dei due sessi, che sedevano sopra rozzi panchettini fatti dai villani e scrivevano sopra vecchie panche d’un’osteria andata in malora. Ella stessa descrisse la sua gaia povertà a don Bruna, che fece con lei un vero duetto d’allegria. Per vivere faceva camicie e stirava per contadini; i quali, quando tornavan dal mulino con la farina di meliga, le regalavano un sacchetto, come dicono, di polenta nuova; e quando facevano il pane impastavano apposta la grossa mica per lei. Guadagnava anche qualche cosa facendo di quelle larghe cuffie bianche che portan le contadine in gran gala, e in cambio di certe lezioni di conteggio che dava di nascosto a certe persone adulte che volevan salvare il pudore dell’ignoranza, riceveva al tempo della vendemmia qualche canestro d’uva, con cui si faceva essa medesima, in un mastello da cucina, una mezza brenta di vinetto, che le serviva a tinger l’acqua per tutta l’annata. E con tutto questo, aggiungendovi le patate e le mele che metteva in serbo per l’inverno, e scaldandosi un poco, nei mesi più freddi, coi pezzi di legna che le portavan gli scolari, viveva. È vero che, cucendo anche in scuola, doveva, per esser un po’ libera, far copiare delle decine di pagine di storia sacra e empire dei mezzi quaderni di calligrafia; ma a cucire in scuola c’era costretta, non potendo far la spesa del lume per lavorar di notte. — Perchè — disse ingenuamente, col