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148 Il secondo anno a Camina

LA METAMORFOSI DELLA “LETTERATA„.


Ripreso com’era dalla sua antica acrimonia contro i signori, il giovane ebbe un senso di compiacenza maligna quando riseppe che la maestra Gamelli, ostinata, nonostante quello che era accaduto, a cacciarsi in mezzo alla gente, continuava a asciugarsi delle umiliazioni. Da ultimo essa aveva inasprito anche di più le signore del paese mettendosi a frequentare di preferenza, e con ostentazione, le villeggianti torinesi, come per far capire che queste, meglio educate e più colte di quelle, erano una compagnia più degna di lei. Ma le sue nemiche del villaggio non tardarono ad attaccare il prurito della canzonatura anche alle nuove venute, le quali, istruite da loro e tirate dall’esempio, presero, esse pure, a spassarsi della maestrina, notando e ripetendo dietro le sue spalle, e fino in presenza sua, le sue parole scelte, le sue occhiate al cielo, la sua pronunzia d’accatto. Ma siccome facevan questo con più garbo di quell’altre, la maestra, benchè fatta sospettosa dall’esperienza, non se n’accorse pei primi giorni. Le fu però strappata la benda dagli occhi, d’un sol colpo, a un desinare in campagna, al quale era stata invitata. Degli studenti, che fin dai primi giorni le discorrevano in versi martelliani, per celia, ma fingendo una sincera ammirazione per i piccoli saggi ch’ella dava ogni tanto del suo ingegno, l’avevano istigata a scrivere una poesia d’occasione, da leggere in fin di desinare, per coronare la festa. Essa non seppe resistere alla tentazione, scrisse la poesia e la lesse. Non era punto una poesia ridicola; ma agli uditori, che eran predisposti a ridere dagli scherzi soliti, s’apprese il contagio dell’ilarità con una prontezza e una violenza tale, che anche i più seri e i più rispettosi, dopo aver fatto sforzi erculei fino a metà della lettura, scoppiarono.

Fu una scenaccia. Quasi tutti, vergognati, s’affrettarono a chieder scusa alla maestra, a inventar spiegazioni della cosa: lei e la poesia non c’entravano; avevan riso