Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/447

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Bizzarrie 185

comunale, difficile a ottenere. E da molte visite del soprintendente geometra era liberato il maestro in grazia dell’edifizio scolastico in costruzione, fatto sopra un suo disegno, al quale egli escogitava e proponeva ogni giorno un cambiamento o un’aggiunta, passando sul luogo delle lunghe ore della sua giornata vuota, a discutere col capo mastro pietra per pietra e mattone per mattone. Il parroco, d’altra parte, dedicava da un tempo le sue cure anche a una scuola privata, tenuta da un vecchio maestro, dilettante di musica, il quale, oltre all’insegnare il canto fermo agli alunni, dicendo di voler “tirar su„ dei cantori per la chiesa, gli aveva promesso di lasciare per testamento certi suoi quadri preziosi alla parrocchia. Fin dal primo giorno il Ratti aveva notato nel villaggio la figura stravagante di quel suo vecchio collega chiomato, che portava un gran cappello alla calabrese e una logora casacca di velluto color marrone, e si dava aria d’artista. Costui aveva ereditato da uno zio maniaco una ventina di vecchi quadri religiosi, che il testatore qualificava come quadri di Raffaello, del Tiziano, di Guido Reni, ecc., fondandosi su certi documenti mangiati dalle tignuole, i quali erano andati perduti; e coi quadri, aveva ereditato una persuasione dell’autenticità del tesoro, la quale a nessuno era mai riuscito di scuotere nè con dileggi nè con ragioni. E di quel tesoro viveva felice, conduceva a vederlo chiunque incontrasse, e dava spesso lettura agli amici più stretti di un testamento ogni anno modificato, col quale lasciava i suoi capolavori a parenti lontani, a case regnanti, a musei e a cattedrali famose, e anche a gente del popolo che avesse compiuti atti di coraggio in occasioni d’incendi o d’inondazioni, usando sempre in questo caso la stessa formola: — Lascio il tal quadro al tal dei tali perchè sia di sprone al popolo l’esempio della virtù ricompensata con la ricchezza. — Uno dei quadri era irrevocabilmente destinato al maestro Verdi. Perchè poi non ne vendesse almeno uno per “ricompensare con la ricchezza„ la virtù propria, si poteva argomentare da una frase ch’egli diceva qualche volta, battendosi la mano sulla cassa del petto; la quale, pover’uomo, suonava a vuoto assai spesso: — Aver dei milioni e viver povero! Questa è grandezza!