Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/495

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A Torino 233

maestre non volevan dare i fogli, li tiravano indietro, si difendevano coi gomiti, supplicando: — Ancora un quarto d’ora! — Ancora cinque minuti! — Glielo domando per favore! — Si udivano delle esclamazioni a mezza voce: — Dio mio! Dio mio! — Una ragazza lasciò cader la penna e si mise a piangere. Il Ratti non ne volle vedere la fine.


All’uscita c’era di nuovo nella strada una folla di maestre e d’altra gente venuta a chieder notizie, un gran numero di crocchi, in cui le esaminate, agitando in aria le brutte copie, raccontavano gli affanni della mattinata, gli atti di rigore dei commissari, le precauzioni severissime che avevan prese per impedire le comunicazioni col di fuori, fino ad appostare vigilanti nel giardino e in tutte le strade d’intorno, e a respingere alla porta le frutte e i pani portati dai parenti, per sospetto che ci fossero dentro dei bigliettini. E i parenti e le amiche uscivano in esclamazioni contro la barbarie della commissione e in parole di pietà per le ragazze, riparando con mano carezzevole al disordine del loro abbigliamento e levando loro i fogli di mano per vedere. In quella confusione il Ratti fu afferrato per una spalla dal Lérica, che lo cercava, e si abbracciarono affettuosamente. — Dunque anche tu, — gli disse l’amico per prima cosa, — vuoi venire al grande stabilimento penale di Torino? — Non era mutato gran che in quei cinque anni: gli s’erano solo incavate un po’ di più le due rughe sotto gli occhi e quelle tra il naso e gli angoli della bocca, le quali presentavan sulla sua faccia dura l’aspetto di quelle impronte di rami di piante che si vedon su certe pietre del periodo carbonifero, ed anche aveva fatto più grosso il collo, che era un vero tronco di colonna. Del rimanente, era sempre quello. E benchè allupasse dalla fame, raccontò subito al Ratti quello che gli era accaduto, dopo la lettera che gli aveva scritta a Altarana. Piantato il comune di Badolino, aveva ottenuto un posto nel comune di Mocchia, dove s’era trovato anche peggio; un piccolo villaggio mezzo nascosto in un valloncello dall’uggia, dove pioveva sei mesi all’anno, e ci era tanta umidità nella scuola che la muffa aveva mangiato la faccia al ritratto del re e