Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/68

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giuno. Molto spesso doveva tener la bocca cucita; qualche volta sentire anche delle piccole esclamazioni di stupore: — Come non conosce il tale?.... Come non ha letto questo?... — fatte senza alcuna intenzione di pungerlo: ma che lo pungevano. Ed anche quel materiale di lingua tecnica ch’egli possedeva e maneggiava con garbo nella scuola, s’avvide che gli serviva male in quelle conversazioni varie e sciolte, in cui si dà ad ogni pensiero l’espressione più rapida e si gioca al volante con le parole: egli riusciva stentato nello scherzo, intaccava nell’aneddoto, si coglieva egli stesso, sovente, a spiegare una idea invece d’accennarla passando, e gli uscivan di bocca delle frasi corrette, su cui non c’era nulla da dire, ma ch’egli avrebbe voluto non aver dette, appena ne aveva inteso il suono e vista l’impressione sul viso altrui. Queste furono le prime sbucciature che gli toccarono, assai dolorose, poichè si trovava in quel periodo critico in cui il nostro orgoglio intellettuale, alimentandosi più dell’idea di ciò che speriamo di diventare che della coscienza di quello che siamo al presente, ha delle pretensioni vaste e indeterminate, che, per quanto si tengan nascoste, ci espongono a mille offese e a mille vergogne.

Ma il suo peggior disinganno fu un altro, e quanto peggiore! Entrando per la prima volta, in qualità di maestro, in una società signorile e non priva d’una certa cultura, egli avea creduto che la sua professione vi fosse tenuta in un grado di stima corrispondente alla sua reale importanza, e alle molte e delicatissime difficoltà di ogni specie, ch’egli v’aveva trovate, e v’andava trovando ogni giorno. E fu invece molto stupito al riconoscere che quel nome di maestro sonava agli orecchi dei più assai diverso da quello che aveva immaginato, che alla sua professione pareva legata l’idea di non so che di meschino e di trito, e quasi un’ombra di ridicolo, come a quella dei cantastorie e dei poeti improvvisatori delle fiere. Quando lo presentavano a qualcuno, a quelle parole: — Ecco il maestro — egli osservava certe espressioni di curiosità sorridente che lo urtavano. Certi sguardi delle signorine, le quali, pensando sempre al matrimonio, lasciano trapelare meglio delle signore, quando si presenta loro un gio-