Pagina:De Amicis - Il romanzo d'un maestro, Treves, 1900.djvu/97

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Sindaco e parroco 89

denza, quello per cui veramente era venuto, perchè non voleva che la commissione, trattandosi d’un maestro nuovo e di opinioni mal note, fosse fatta da altri, che non avrebbe usate le forme debite. Gli disse che facesse il favore di condurre la mattina dopo gli alunni della sua classe alla messa e alla predica.... Era una consuetudine.... un riguardo dovuto.... Del resto, gli pareva un’ottima cosa che il maestro invigilasse i suoi ragazzi anche in chiesa. Li avrebbe potuti radunare nel cortile un quarto d’ora prima della funzione.

Il maestro fu un po’ seccato di quell’incarico, per timore che la predica andasse in lungo; ma le parole di don Pirotta ce l’avevan predisposto. La mattina dopo condusse in chiesa i ragazzi: gli altri insegnanti c’eran pure. La chiesa, vasta e oscura, era affollata in gran parte, ed egli potè in pochi minuti, con le indicazioni dell’inserviente che gli stava accanto, conoscer di vista i principali personaggi del paese. Ma quando il parroco incominciò la sua predica, fu preso da un sentimento più molesto della noia che aveva temuta. La predica detta con tuono acre, scucita e intercalata di frasi vernacole, era tutta piena d’allusioni personali, che egli, nuovo nel paese, non poteva capire su chi andassero a battere; ma che lo turbarono, facendogli balenare l’idea d’un lontano pericolo per sè; e si domandò con inquietudine che cosa avrebbe fatto il giorno in cui egli pure fosse stato saettato dal pulpito. Gli fu detto poi, a spiegazione di quella predica puntaguta, che la sera avanti, essendo arrivato il supplemento dei Popolo con un articoletto contro di lui, il parroco ne aveva comperato tutte le copie dal rivenditore del caffè, e le aveva bruciate sulla piazzetta della chiesa, fra gli applausi d’un cerchio di devoti. La sua faccia magra e dura, intorno a cui svolazzavano dei lunghi capelli grigi, e tutta la sua persona secca arrabbiata dicevano l’indole litigiosa e soverchiatrice, e anche meglio la dicevano i gesti violenti delle lunghe braccia, che tagliavan l’aria tutte d’un pezzo, come due stanghe confitte in una trave girante. Quando pareva che avesse finito, ricominciò. Accennò ai lettori di cattivi libri, ai framassoni, con le frasi solite del cassone fratesco. Il maestro, ch’era ancora inesperto della sacra oratoria rurale, e non