Pagina:De Amicis - Marocco.djvu/169

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alkazar-el-kibir 159


Le strade paiono letti di torrenti. In alcuni angoli ci sono carcami interi di asini e di cani. Camminiamo sul letame in mezzo a pietroni e a buche profonde, saltellando e inciampando. Gli abitanti cominciano ad affollarsi sui nostri passi, guardandoci con grande stupore. I soldati ci fanno largo a pugni e a colpi di calcio di fucile con uno zelo che l’Ambasciatore è costretto a frenare. Una turba di gente ci precede e ci segue. Quando uno di noi si volta indietro bruscamente, tutti si fermano, qualcuno scappa, altri si nascondono. Di tratto in tratto una donna ci chiude la porta in faccia e un bimbo getta un grido di spavento. Le donne paiono fagotti di panni sudici; i più dei bimbi sono tutti nudi; i ragazzi di dieci o dodici anni non hanno che la camicia stretta da una corda intorno alla vita. A poco a poco la gente che ci accompagna piglia un po’ più d’ardimento. Ci guardano con particolare curiosità gli stivali e i calzoni. Alcuni ragazzi si arrischiano a toccarci le falde del vestito. Però l’espressione generale dei volti non è benevola. Una donna, fuggendo, slancia alcune parole all’Ambasciatore. L’interprete traduce: — Dio confonda la tua razza! — Un giovanetto grida: — Dio ci accordi una buona giornata di vittoria sopra costoro! — Arriviamo in una piazzetta, montuosa e rocciosa dove appena si